Prefiguravo una notte battuta da un sole equatoriale,
raggirata dalla più distante delle seduzioni,
un travaso di ordigni poetici.

Un figlio specchiava il mio errare.

Possa servirti il mio verso,
servire la bellezza superstite a se stessa, al tempo, al resto, all’abbandono.
Abbatta la nostalgia che mi annuncia, che arrende alla soglia
di un colloquio che già trapassa
senza iniziarmi al tuo incedere.

Investimi dell’atto che manco,
la bocca urla sono l’unica figlia, ma i padri son tutti perduti!

(Irene Pittatore, 2015)