Dicono di me

“Per prima cosa mi viene da definire Irene dicendo che in fondo e soprattutto lei scrive poesie, haiku sotto forma d’installazioni e azioni. Dietro ogni lavoro si cela una ricerca di concetto e formalizzazione estrema e raffinata. Irene nelle sue azioni diventa presenza iconica, figura senza tempo e spazio”.
Olga Gambari, 2014

“Nell’arco disegnato tra il verso, inteso come raglio/urlo/vocalizzazione animalesca, e il verso, inteso come unità metrica, si collocano la ricerca e la poetica dell’artista: proprio come il verso-unità metrica, le opere di Irene Pittatore articolano, dal punto di vista ritmico e visivo, una rappresentazione che si presenta come il risultato di un’azione creativa (poetica), che sgorga da una forza individuale, primordiale e rimossa: una forza brutale e ferina che la nostra società anestetizza, incapace di reggere l’urto della sua collettiva pluralità, e spinge verso i margini di quella narrazione in technicolor prodotta dall’industria culturale”.
Roberto Mastroianni, 2016

“La ricerca di Irene Pittatore rientra in una cornice articolata, ma in Italia ancora poco studiata, che riguarda le direzioni formali e di senso di molta produzione artistica contemporanea delle donne; in particolare nelle linee di ricerca di artiste come Carol Rama che a partire dagli anni Trenta del XX secolo inizia a dipingere le sue Appassionate: donne costrette, simboli di paura e coercizione, stati esistenziali descritti dalla critica Lea Vergine come “paure, potate, concimate, esasperate, temerariamente coccolate”. Il lavoro dell’artista torinese pare confrontarsi anche con le ‘trame’ raffinate di Marisa Merz prodotte già negli anni Sessanta, accanto alla scultura pesante degli artisti dell’Arte Povera e ottenute intrecciando fili di rame che compongono geometrie elementari. Inoltre la documentazione fotografica di “un’azione” nella quale l’artista è la sola protagonista, rimanda anche ad alcune immagini di Gina Pane o Ana Mendieta”.
Lisa Parola, 2012

“Del lavoro ci ha colpito innanzitutto il modo di esercitare il diritto di parola, a partire dalla sua sofisticata articolazione quale condensato di una riflessione intorno ad alcune tematiche che, partendo da una esplicita critica al sistema dell’arte attuale, si aprivano a un contesto più ampio sollevando interrogativi urgenti in merito alla responsabilità dell’artista, alla sua relazione con il pubblico, fino al senso del lavoro immerso in una cornice storica segnata da cambiamenti e conflitti sempre più evidenti e profondi”.
Luisa Perlo e Lisa Parola, 2009