Critical reviews

Roberto Mastroianni

giugno 2017, su Habitus

Sono ormai diversi anni che Irene Pittatore è interessata a esplorare lo spazio e le dinamiche delle norme sociali, attraverso l’elaborazione di performance e artefatti foto/installativi, che pongono al centro il tema della normatività sociale e della sessualità, intesa come dispositivo retorico-narrativo utile al disciplinamento dell’umano e campo di gioco di conflitti tra rappresentazioni dell’identità individuale e collettiva.
In questa prospettiva, quello che interessa all’artista è portare a rappresentazione i “dispositivi onto-antropologici” che istituiscono differenze culturali e sociali, reificandole e presentandole come naturali, inserendoli in un contesto spaziale e relazionale. Da alcuni anni “l’etero-normatività” e lo “spazio normato” sono oggetti privilegiati di questa ricerca artistica, attraverso una pratica relazionale e partecipativa, che è, al contempo, metodo e stile, ricerca e resa performativa, e che è finalizzata ad indagare il nesso tra spazio, disciplinamento corporeo, identità di genere e ruolo sociale. Il presupposto è che le differenze di genere e di pratiche sessuali che la nostra società cerca di normare in aderenza a “programmi di vita buona e giusta”, possano essere messe in rapporto dialettico con l’immaginario erotico, l’inconscio individuale e collettivo e con i modelli veicolati nella società, in modo da svelare tutte le dinamiche che si propongono come “retoriche di verità” prodotte dalle “logiche di potere” – direbbe Michel Foucault – che attraversano e danno forma alla nostra realtà sociale.
Fedele a questi e altri presupposti, Pittatore in apertura dell’evento Sex & Revolution, organizzato da Lovers Film Festival in collaborazione con Fish&Chips Film Festival, condurrà «un’azione minima, un esercizio collettivo di erosione delle convenzioni più o meno trasparenti che confinano le persone entro rigidi parametri e convenienze di genere». La grammatica dell’abito verrà invertita e sovvertita dai performer in modo da diventare specchio della grammatica dell’habitus e interrogare la percezione comune che accompagna il vestire all’enunciazione di un’identità di genere e ai ruoli sociali. Secondo le parole dell’artista, «il progetto prende le mosse dall’osservazione delle forme in cui la norma eterosessuale plasma comportamenti, azioni, gerarchie di genere, modella il linguaggio e gli spazi, definisce ciò che è adeguato, decoroso, conforma rigidi modelli di femminilità e maschilità. L’azione si apre al pubblico come una parentesi, che accenna a una ricerca sull’abito come soglia fondamentale, come “pelle” sociale», come linguaggio che dice e istituisce le differenze, comunicandole e rendendole facilmente esperibili. Insomma l’etero-normatività e la sua dimensione estetica vengono sfidate nel loro valore minimo di costume, aspetto, consuetudine che si fa abito con grazia e raffinatezza.

Federica Limone

aprile 2016, introduzione all’intervista per Stream

It’s just sex

È impossibile definire Irene Pittatore con una parola, o con una professione. Per dovere di cronaca vi raccontiamo che Irene Pittatore è artista, art editor di Playboy e di Men’s Wall, co-fondatrice dell’associazione culturale Impasse. Ma non solo. La sua ricerca – che parte da un ambito artistico, ma che sfocia in un dibattito più ampio, culturale e sociale – è filosofica e profondamente politica: combattere la costrizione e l’isolamento imposti dall’attuale sistema di potere, rovesciarne le logiche e liberare uomini e donne. In tutti i sensi, compreso quello sessuale. Abbiamo quindi parlato con lei di sessualità e di erotismo, ma non ci siamo dimenticati del porno e del suo nuovo interessantissimo progetto, Eros Absconditus. Il risultato è un’intensa riflessione, scevra di compromessi, che restituisce un’immagine dura e veritiera della società contemporanea, in cui il sesso e il discorso ad esso collegato – ancora una volta – risultano a dir poco scansati nell’ambito pubblico, ma morbosamente sviscerati nel privato. It’s just sex, ci siamo detti. O forse no.

Nicoletta Daldanise

gennaio 2016, su Eros absconditus

Se sia giunto il momento di raccogliere la provocazione delle spine…

Nascondersi, svelarsi, dismettere i panni di donna, sbirciare dallo spioncino dell’artista, perdere la coscienza di sé, lasciarsi attraversare dal flusso dell’inconscio altrui. L’artista spesso è un tramite, si fa filtro interpretativo della realtà, vive uno stato di trance in cui lascia comunicare liberamente gli stimoli esterni con un mondo interiore che li traduce in rappresentazione. Non può evitare di appropriarsi di punti di vista, di suggestioni emotive, di percezioni psichiche come in un’attrazione fatale per l’oggetto di conoscenza. Viceversa, c’è da chiedersi, soprattutto nel progetto di Irene Pittatore, quanto questo oggetto resista o ceda alla lusinghiera tentazione di farsi sottrarre l’essenza più intima e come questo concedersi vada a calibrare la trasparenza dell’intenzione dell’artista. Apertura o chiusura, opacità o traslucenza, l’immaginario individuale volge in collettivo, diventa una riflessione sull’erotismo e sulla sessualità contemporanea, sul suo spregiudicato trattamento pubblico e sulle spinosità che questo solleva. La naturalità che dovrebbe appartenere congenitamente alla dimensione erotica riaffiora, ma si ricopre di aculei; mette in guardia, ma lascia prorompere tutta la sua potenza. Il dolore che se ne può ricavare viene presagito eppure acquista una sua sensualità.
Nel 1973, in piena temperie femminista, Gina Pane in Azione sentimentale cambia il corso della storia della performance ed usa un mazzo di rose come simbolo vaginale, si conficca otto spine nel braccio e incide il palmo della mano con una lametta, disegnando una rosa col suo sangue. Il gesto, sebbene straziante, ha l’intenzione di aprire un varco di passaggio tra la propria condizione femminile e il resto della società: propone ancora un’offerta. Oggi le rose lasciano il posto alle cactacee, piante succulente che riescono a mantenere per sé le risorse vitali in luoghi ostili, lasciando sbocciare fiori bisessuali che si riproducono rigogliosi per via vegetativa. Le spine non sono più rivolte all’interno, ma puntano dritte e provocanti verso l’esterno.
Quanto la consapevolezza, come nel caso degli studiosi invitati a raccontare il proprio sogno, alza barriere di difesa, quanto queste riescono a trattenere l’esplosione naturale dei sensi, in che misura è possibile afferrarla e restituirla al terzo occhio che guarda voyeuristicamente dall’esterno il dialogo tra due sensibilità? Anche il lettore è già chiamato in causa con il suo personale immaginario prima ancora che abbia il tempo di accorgersene.

Dimensione pubblica della propria intimità, culto dell’oggetto, feticismo sono elementi che costituiscono le coordinate emotive e psicologiche anche dell’idolatria, laddove ogni éidolon è prima di tutto éikon (immagine). Quale rappresentazione suscita maggior desiderio nell’ammiratore contemporaneo, se non la celebrità e quale potere si presenta più allettante oggi, se non quello della fama. I volti dei fan deformati dal piacere di vedere il proprio idolo dal vivo s’imprimono in smorfie di dolore sulle banconote consumate, a svelare la vera essenza di tanta acclamata divinità.
Così culti antichi e attuali s’intrecciano nelle pieghe dell’immaginario di Irene Pittatore e trovano sintesi nella dimensione della teca sacra. Il contenitore è ciò che limita fisicamente lo spazio dell’uomo comune da quello della sovrumanità che impregna le vestigia da adorare, una pratica conturbante alla quale neanche la religione in secoli di storia è riuscita ancora a sottrarsi. L’artista ne decostruisce gli elementi caratterizzanti: vetro, cera e di nuovo spine, le spine con cui difendersi, le spine fonte di vita per le cactacee, le spine della tradizione cristiana. Piccoli paesaggi rassicuranti si trasformano in fitte foreste in miniatura, dove gli elementi vegetali si chiudono in un morso. Uno spazio minaccioso eppure custode di qualcosa di prezioso, un aculeo dorato, che consegna allo spettatore l’ultimo invito a scoprire un piacere potente perché più difficile da raggiungere.
Ad osservare con un mezzo sorriso la scena dall’alto del suo piedistallo, un idoletto, un minuscolo segno rivelatore del gioco che guida la mostra. La Supposta Norma protegge le forze e le tensioni vitali che sono dietro al concepimento delle opere, cercando come possibile un ordine qualunque nello spazio: X, ||.||, una formula matematica indica l’insieme delle condizioni che tengono in relazione degli elementi X in uno spazio astratto, dunque “normato”. Quanto poi l’artista conceda al nume tutelare di svolgere il ruolo a cui è preposto, è tutto da vedere… Come rivela l’oggetto in cui ha scelto d’incarnarlo, la norma non può che essere presunta e perciò naturalmente fastidiosa.

Roberto Mastroianni

gennaio 2016, su Eros absconditus

Progetto complesso, simbolicamente denso ed entusiasmante per la sua densità teorica e raffinata ricercatezza stilistica, Eros absconditus di Irene Pittatore, che viene presentato per la prima volta nella forma di un’esposizione personale ospitata dalla Galleria Opere Scelte di Torino, in collaborazione con Playboy Italia e all’interno della cornice Fish&Chips Film Festival.
Attraverso l’indagine della dimensione onirica dell’immaginario erotico l’artista dà infatti forma a una serie di “quadri fotografici” e “installazioni” capaci di rappresentare l’eccesso di senso che si nasconde in quelle immagini ed espressioni linguistiche, che delineano lo spazio antropologico, culturale e sociale dell’erotismo e delle norme che lo vincolano e disciplinano. La ricerca artistica di Irene Pittatore si concentra da sempre sul rapporto tra impulso vitale e forme del vivere singolo e associato, attraverso la resa foto-realistica di performance dall’alta densità simbolica. In questo caso specifico però la dialettica tra indagine scientifica, indagine iconografica e creatività permette all’artista di impostare una galleria di “quadri/immagini” che rappresentano un vero e proprio “immaginario”, in questo caso l’immaginario erotico di alcuni segmenti sociologici della popolazione (operatori del sesso, clero, intellettuali…), mediato dalla relazione scientifica con un geografo e uno psicanalista e re-interpretato attraverso lo sguardo del proprio inconscio artisticamente performante. In analogia con termini come “acquario”, “erbario”, “terrario”… possiamo affermare che il primo possibile significato di “immaginario” sia, infatti, quello di essere una collezione d’immagini, presumibilmente la raccolta delle immagini di un certo tempo e di una certa cultura o di un certo argomento o di una certa produzione o ambiente sociale. In quest’ottica, l’immaginario si confonde con quella che Umberto Eco chiama “Enciclopedia”, cioè una raccolta generale della semantica di un gruppo, di una società, di un periodo e di una persona. L’immaginario è quindi una struttura psico-semantica, attraverso la quale vengono catalogate e collezionate le immagini del tempo e dell’umano, che vigono in una certa epoca e in un certo spazio, e i prodotti culturali, effettivi e potenziali, cui l’immaginario può dare forma o da cui esso deriva. Questo perché la collezione delle produzioni semantiche di una società o di un gruppo si sovrappone e intreccia con la produttività di quel che si usa chiamare “immaginazione” o “fantasia”, collettiva e/o individuale. “L’immaginario” (come collezione di immagini del mondo e dell’umano e come collezione semantica) fornisce in questo modo una specie di griglia che pone limiti alle nostre strutture linguistico-antropologiche, al fine di agire, dire e pensare il mondo; tutto ciò è possibile in quanto: l’immaginario contiene non solo l’immaginato, ma l’immaginabile; non solo il detto, ma il dicibile; non solo il pensato, ma il pensabile… Per questi motivi l’immaginario è da considerarsi sempre come una struttura antropologica primaria, capace di porre i limiti e la grammatica del “rappresentato” e del “rappresentabile” che norma le azioni, le pratiche, emozioni e i pensieri degli uomini, attraverso i quali gli uomini appunto pensano e dicono il mondo e la loro condizione esistenziale. I lavori in mostra si presentano quindi come una selezione di opere che vanno a comporre un progetto in fieri, che elabora suggestioni poetiche e un corpus onirico, esplorando le mille forme della sessualità rimossa, le ossessioni, i desideri, le frustrazioni, le paure che vanno a sedimentarsi nel nostro inconscio sotto la spinta delle retoriche e dei modelli di sessualità e corporeità che popolano l’immaginario mediale e sociale a noi contemporaneo. In questa prospettiva, quello che interessa all’artista è portare a rappresentazione il “dispositivo onto-antropologico” che istituisce differenze culturali e sociali, reificandole e presentandole come naturali: le differenze di genere e di pratiche sessuali che la nostra società cerca di normare in aderenza a “programmi di vita buona e giusta” vengono in questo modo messi in rapporto dialettico con l’immaginario erotico inconscio individuale e collettivo e con i modelli veicolati nella società. L’operazione artistica di Irene si presenta pertanto come una sottile ed esteticamente raffinata opera di smascheramento simbolico delle dinamiche che si propongono come “retoriche di verità”, rendendo apparentemente naturali le differenze sessuali e sessuate prodotte dalle “logiche di potere” – direbbe Michel Foucault – che attraversano e danno forma alla nostra realtà sociale. Esempio lampante, fortemente critico e ironico è la realizzazione della Supposta Norma, gioiello scultoreo-installativo, che viene posto in teca all’interno dell’esposizione e che si propone, secondo le stesse parole dell’artista, di diventare: “Un monito caustico, una creatura capace di vegliare sulle figure dell’eros esposte, che tentano di eludere canoni eteronormativi, genitalità esplicite, conformità visive agli immaginari erotici dominanti. La creatura che ieraticamente dovrebbe presiedere l’esposizione è la cosiddetta Norma. Una divetta assai sicura di sé, che va spesso a braccetto con la Natura, i cui confini sono invocati a gran voce da coloro che considerano deviante tutto ciò che appunto non è conforme alle suddette”. Se la Supposta Norma diventa quasi il contradditorio metro di valutazione, giudizio e misura della sessualità socialmente normata, le foto esposte sui muri della galleria e l’installazione formata dalle teche contenenti le spine riportano a una dialettica dell’artificio tra natura e cultura, cui l’eros non può sottrarsi. La mostra mette in scena, in questo modo, il carattere finzionale e sempre allusivo del rapporto natura-cultura, in quanto il mondo umano è di per sé sempre un mondo artificiale, in quanto simbolicamente costituito e linguisticamente organizzato e come questa artificialità sia un tratto antropologico squisitamente umano. La normatività dell’immaginario comune sull’eros e la sessualità è, inoltre denunciato, attraverso uno sguardo postfemminista artisticamente orientato, come sempre disciplinato da forme di idolatria e da paradigmi di oggettivazione della corporeità e della differenza sessuale, che prendono la forma dell’oggettomerce “denaro”, in qualche modo elemento primo dell’immaginario e dell’iconografia della sessualità socialmente accettata e ricercata. Nello stesso tempo il gesto dell’artista persegue una sottrazione a questo dispositivo di reificazione, attraverso il lavoro smascherante della riproduzione di immagini e canoni iconici sulle banconote-idoli-oggetti votivi, che danno forma a un’installazione a parete dal carattere critico implicitamente pop e concettualmente esplicito. In fin dei conti questa mostra della Pittatore è un’incursione leggera e ironica nella spettacolarità delle retoriche e delle pratiche erotiche socialmente accettate e nel rimosso o desiderato delle sessualità negate e marginalizzate dai canoni imperanti.

Eugenio Torre, psichiatra psicoanalista junghiano

ottobre 2015, su Eros absconditus

Si tratta di un progetto di grande complessità e ricchezza: è esempio di come si possano affrontare le riflessioni avendo presente che si tratta di questioni non semplicemente complicate, ma complesse.
Viviamo nella complessità che riguarda il caos, l’intelligenza artificiale, gli algoritmi genetici, la meteorologia, l’ecologia, la psicologia e la psichiatria, i sogni…
Mi ha sempre emozionato quel che scrive J. Gleick in Chaos “… una goccia d’acqua che si spande nell’acqua, le fluttuazioni delle popolazioni animali, la linea frastagliata di una costa, la forma delle nubi …”
… e il verso di Montale nell’omaggio alla moglie morta: “… le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede…”
Ma veniamo alla mente, che produce i sogni.
O è sognata? E questa è una delle questioni vertiginose ma fondamentali.
Dice Jung che i tentativi di formulare una teoria comprensiva della fenomenologia psichica sono condannati al fallimento… perché la psiche non è soltanto l’oggetto della sua scienza, ma ne è anche il soggetto.
Il fatto che il soggetto, la mente, e l’oggetto di studio, la mente, coincidano implica da un lato un dubbio costante sulle possibilità in generale, dall’altro pone limiti invalicabili per la conoscenza del mondo e dell’uomo. Oserei dire per fortuna…
La “complessità di un sistema” è determinata non tanto dalle le sue proprietà intrinseche oggettive, ma piuttosto dall’insieme costituito dal soggetto osservatore e dal fenomeno osservato.
Non è possibile che “l’osservatore” (o il sognatore) di fenomeni come quelli di cui ci occupiamo non intervenga (consapevolmente o meno) con tutta la sua esperienza, i suoi desideri, il suo personale erotismo (che, verosimilmente nella sua professione ha spesso dovuto “contenere”) nella valutazione di ciò che osserva. E questo è, nello stesso tempo, il limite e la ricchezza di questo progetto.
Vale la pena, a questo proposito, di ricordare come i rapporti fra sesso ed erotismo ben rappresentino anche simbolicamente l’evoluzione dell’uomo dalla natura alla cultura. Da Pan a Eros.
Non possiamo dimenticare che Pan rappresenta la natura nella sua forma più selvaggia: insegue le ninfe per violentarle, se non ne trova si accoppia con gli animali, se non trova animali si masturba freneticamente… Eros è un Dio in cui sentimento, amore e corpo si amalgamano mirabilmente. Entrambi ci abitano e nessuno dei due può essere escluso, ma Pan può mostrare la parte più terrestre della Natura a Eros e Eros può “addomesticare” Pan, aiutarlo nel cammino da natura a cultura.

Alberto Vanolo, geografo

ottobre 2015, su Eros absconditus

Nel suo progetto artistico, Irene Pittatore affronta un viaggio all’esplorazione dello spazio onirico legato all’immaginario erotico. Quello che affascina del progetto è la natura ibrida di questo spazio, in bilico fra dentro e fuori, visibile e invisibile, suono e silenzio, etnografia e autobiografia. Non si tratta infatti soltanto di esplorare i sogni degli altri, ossia di abbozzare una mappa del loro immaginario erotico, quanto di osservare e lavorare sul riverbero di questi sogni sull’artista stessa e sul mondo che la circonda. Questo gioco di specchi si complica ulteriormente laddove si parla dei sogni di studiosi di sessualità: Irene non maneggia direttamente la materia sessuale, quanto la rappresentazione della rappresentazione. Non è forse un caso che le immagini prodotte da Irene, di per sé, non abbiano – almeno dal mio punto di vista soggettivo – una carica strettamente erotica, almeno nel senso più canonico del termine. Piuttosto, le immagini sembrano vivere di vita propria, appunto come vegetali che crescono trapiantati sui corpi di persone che ruotano intorno a Irene.
Le immagini dei corpi trapassati da forme e colori del mondo vegetale mi permettono di riflettere su un tema caro alle scienze sociali: quello della natura, o meglio dell’immaginario della natura. Un po’ come i sogni cui si faceva riferimento prima, non esiste un singolo oggetto chiamato natura ed ‘esterno’ all’uomo che lo osserva: se infatti immaginiamo come ‘naturale’ tutto ciò che non è ‘artificiale’ e ‘antropico’, ossia non è prodotto dall’uomo stesso, allora diventa arduo immaginare qualsiasi forma di natura che resista al contatto umano. Abiti, parchi, città, vigneti dai filari ben allineati, piatti e specialità gastronomiche e, per estensione, anche gli spazi erotici non sarebbero infatti immaginabili come oggetti ‘naturali’, in quanto prodotti umani. Ogni prodotto della cultura, attenendosi a questa visione miope, non farebbe che allontanarci da un ipotetico stato di natura che parrebbe preesistere all’uomo. Al contrario, se assumiamo una visione ampia della natura che possa includere anche l’uomo e i suoi prodotti, allora il concetto esplode, fino a costringerci a parlare di nature, al plurale. Le immagini di Irene mi suggeriscono una provocatoria sovrapposizione fra natura e cultura, una sovrapposizione che giunge, in maniera viscerale, alla collisione fra nature, sogni erotici e corpi umani.

Olga Gambari

novembre 2014, su Ultime stanze (Vanitas artificis)

Per prima cosa mi viene da definire Irene dicendo che in fondo e soprattutto lei scrive poesie, haiku sotto forma d’installazioni e azioni. Dietro ogni lavoro si cela una ricerca di concetto e formalizzazione estrema e raffinata. Irene nelle sue azioni diventa presenza iconica, figura senza tempo e spazio.
Nella performance Ultime Stanze Irene diventa cuore e pelle delle immagini, protagonista e schermo vivente. Corpo e insieme idea.
In scena lei e un pavone, che si scambiano un continuo gioco tra realtà ed apparenza, tra consistenza e immagine. Il pavone, animale simbolico in cui si specchia un carattere particolare dell’essere umano, quello della vanità, che porta alla vacuità esistenziale. La vanità in fondo fa questo, fa specchiare la vita in un corto circuito fine a se stesso, che sacrifica tutto il resto a un’aspirazione narcisista e senza futuro. La bellezza delle piume del pavone, una meraviglia della natura, si mortifica e annulla sul materiale organico e in decomposizione di una collina di sterco. Questo è il paesaggio destinato all’individuo vittima autocompiaciuta della vanità, così come alla bellezza identificata come obbiettivo e non come mezzo, come dimensione solitaria e creativa. Valore estetico e non bene. In questo atteggiamento Irene Pittatore evidenzia una responsabilità e una colpa fondamentali, sia individuali sia sociali, perché alla bellezza l’artista riconosce potenzialmente un valore salvifico, catartico, di evoluzione spirituale. La bellezza che educa, eleva, illumina.

Irene Pittatore ha creato il progetto Ultime stanze_vanitas artificis, vincitore del Premio per la Performance di VANNI Occhiali, per la sua performance a The Others e per inaugurare il nuovo ambiente di Baricole.

Roberto Mastroianni

marzo 2014, su Ultime Stanze

“In principio era il verso, un urlo, un ringhio”, direbbe Irene Pittatore, un “verso” capace di far scaturire la forza contraddittoria, brutale, creativa e al contempo autodistruttiva della vita, ma nello stesso tempo era il “verso” che come figura linguistica, metrica e stilistica è capace di portare con sé razionalità e ordine poetico, diremmo noi.
Nell’arco disegnato tra il “verso”, inteso come raglio/urlo/vocalizzazione animalesca, e il “verso”, inteso come “unità metrica”, si collocano la ricerca e la poetica dell’artista: proprio come il “verso” – “unità metrica”-, le opere dell’artista articolano, dal punto di vista ritmico e visivo, una “rappresentazione” che si presenta come il risultato di un’azione creativa (poetica), che sgorga da una forza individuale, primordiale e rimossa: una forza brutale e ferina che la nostra società anestetizza, incapace di reggere l’urto della sua collettiva pluralità, e spinge verso i margini di quella narrazione in technicolor prodotta dall’industria culturale.
La ricerca di Irene Pittatore parte, dunque, da qui e si concentra sul rapporto tra impulso vitale e forme del vivere singolo e associato, in una società che sembra ormai popolata di macerie e rovine, coscientemente espulse dal nostro immaginario cognitivo e ordinatamente collocate ai margini dell’auto-rappresentazione mainstream.
La vita, in questa prospettiva, è eccesso di senso, la cui forza straborda rispetto allo spartito impostole dalle logiche del potere e dalle retoriche di verità: un eccesso di senso rimosso, anestetizzato, addomesticato e presentato nelle forme dell’organizzazione sociale, delle pratiche dell’innovazione e della bellezza artefatta, pratiche tese a presentare modalità di “vita giusta e buona”, che vedono nelle metropoli contemporanee il proprio palcoscenico privilegiato, in cui va in scena un’opera teatrale incapace di imporre fino in fondo il proprio copione e che è costretta ad inventarsi dei margini in cui relegare l’eccedere del senso e la marginalità indotta ed autoindotta.
Le performance di Pittatore, restituite in modo video e foto realistico si collocano qui: nei margini veri o presunti dello spazio metropolitano contemporaneo, nei luoghi fisicamente marginali (le periferie degradate, gli spazi verdi apparentemente selvatici, ma urbanisticamente determinati, sulle linee di mappe fittizie o virtuali..) o simbolicamente di confine (il rapporto di genere, il conflitto/ incontro tra generazioni…). Questo perché il gesto artistico di Irene si rifà sempre a quel “duplice verso”, la cui forza vitale e genuina si può cogliere solo nei “margini” interni ed esterni, tra i “resti” di quelle “rovine”, che popolano il nostro immaginario e il nostro paesaggio cognitivo, presentandoci un mondo di macerie ordinate ed esteticamente organizzate, che non possono e non devono però essere “restaurate”, ma che devono in qualche modo essere “rovinate”, in modo che dai loro resti possa emergere senso e significazione.

A ben vedere quella di Pittatore non è un’estetica o una poetica degli “scarti” e dei “resti”: non vi è nella sua ricerca un’attenzione compiaciuta o auto compiaciuta per la marginalità o per lo scarto, sia esso di umanità o materialità, ma un’attenzione per le spazialità antropiche e gli effetti di linguaggio che le producono. L’attenzione infatti non è posta sul disagio, sulle contraddizioni sociali, esistenziali, politiche o ideologiche che producono “marginalità” o che vengono presentate come “scarti” dal mainstream, o meglio non è solo posta su questi elementi, ma soprattutto sui meccanismi simbolici e linguistici che producono differenza: differenza sociale, sessuale, generazionale, culturale, antropologica…

La mostra Ultime stanze si pone come un punto di arrivo e una nuova partenza nella ricerca dell’artista. Le stanze di Studiodieci si presentano infatti come le “ultime stanze” allestite dall’artista in questo percorso di svelamento delle macerie rimosse della contemporaneità, al fine di mostrare l’inesorabile processo di degradazione della nostra società che si sta lentamente, ma inesorabilmente, avvicinando al “punto catastrofico” di un cambiamento di forma, di cui non percepiamo ancora la configurazione. Macerie non rimosse, ma ostentate nel loro valore di degrado e marginalità, che preannunciano un cambiamento di stato e di forma, sia nella realtà, sia nella poetica e nella pratica artistica di Pittatore.

Ultime stanze di Irene Pittatore inaugura la rassegna Katastrofè. La crisi e le sue forme, ciclo espositivo curato da Roberto Mastroianni e prodotto da studiodieci citygallery di Vercelli, che intende indagare il nesso “crisi-trasformazione” nell’evoluzione delle forme e dei fenomeni naturali, sociali e politici.
Attraverso sette personali, quattro bi-personali e una collettiva, gli artisti selezionati saranno chiamati a confrontarsi con la “teoria delle catastrofi” di René Thom: una teoria matematico-filosofica, che spiega il mutamento e l’evolversi dei fenomeni naturali e sociali, considerati come un insieme di equilibri dinamici, che acquistano forma e stabilità attraverso cambi repentini di stato, percepiti e descrivibili come “eventi catastrofici”.

Lisa Parola

marzo 2012, su Coazioni 5 e 6

La ricerca di Irene Pittatore rientra in una cornice articolata, ma in Italia ancora poco studiata, che riguarda le direzioni formali e di senso di molta produzione artistica contemporanea delle donne; in particolare nelle linee di ricerca di artiste come Carol Rama che a partire dagli anni Trenta del XX secolo inizia a dipingere le sue Appassionate: donne costrette, simboli di paura e coercizione, stati esistenziali descritti dalla critica Lea Vergine come “paure, potate, concimate, esasperate, temerariamente coccolate”. E accanto a Carol Rama, il lavoro dell’artista torinese pare confrontarsi anche con le ‘trame’ raffinate di Marisa Merz prodotte già negli anni Sessanta, accanto alla scultura pesante degli artisti dell’Arte Povera e ottenute intrecciando fili di rame che compongono geometrie elementari. Inoltre la documentazione fotografica di “un’azione” nella quale l’artista è la sola protagonista, rimanda anche ad alcune immagini di Gina Pane o Ana Mendieta.
Quando Irene Pittatore mi ha presentato una serie di fotografie della quale fanno anche parte le Coazioni (2009), nel mio pensiero sono comparse oltre alle immagini di artiste, anche molti versi e parole. Ho scelto di accompagnare queste figure di donne solo con alcuni pensieri di poetesse e scrittrici. Non me ne vogliano le autrici e il pubblico ma credo importante, mai come in questi anni,
provare a far dialogare il lavoro delle artiste delle giovani generazioni con le parole, importanti e profonde, di una cultura e un pensiero ancora scritti per frammenti. Ho provato a mettere di fronte a ogni immagine qualche verso o paragrafo e poi intrecciarli, senza mai seguire un ordine preciso ma con l’idea di creare un dialogo; magari distante nel tempo come nel significato ma pronto a percorrere, per versi e brevi pensieri, uno stato d’animo complesso che in questi anni ci attraversa tutti, donne e uomini.

Un’armonia mi suona nelle vene,/ allora simile a Dafne/ mi trasmuto in un albero alto,/ Apollo, perché tu non mi fermi./ Ma sono una Dafne/ accecata dal fumo della follia,/ non ho foglie né fiori;/ eppure mentre mi trasmigro/ nasce profonda la luce/ e nella solitudine arborea/ volgo una triade di Dei.
Alda Merini

… parlando del suo Dictionnaire du corps: “La voce che m’interessa di più è desiderio, perché credo che il desiderio, come diceva Spinoza, sia l’essenza dell’uomo ed è attraverso il corpo che possiamo manifestarlo sapendo che non è una semplice pulsione. Non è un bisogno, è una forza che parte da ognuno di noi e ci spinge ad andare verso gli altri sapendo che essi mantengono la loro alterità.È in questo incontro legato al desiderio reciproco che si crea qualcosa”.
Michela Marzano intervistata da Linda Chiaramonte

Troppo spesso le parole sono state usate, maneggiate, rivoltate, lasciate esposte alla polvere della strada. Le parole che cerchiamo pendono accanto all’albero: con l’aurora le troviamo, dolci sotto le fronde.
Virginia Woolf

Le parole sono lame d’erba che attraversando gli ostacoli germogliano sulla pagina; lo spirito delle parole che si muove nel corpo è concreto e palpabile come la carne; la fame di creare è altrettanto palpabile come le dita e la mano. Guardo le mie mani, vedo crescervi piume.
Gloria E. Anzaldùa

Devota come un ramo/ curvato da molte nevi/ allegra come falò/ per colline d’oblio,/ su acutissime lamine/ in bianca maglia di ortiche,/ ti insegnerò, mia anima,/ questo passo d’addio …
Cristina Campo

Queste riflessioni hanno accompagnato l’esposizione di Coazione 5 (trent’anni) e Coazione 6 al Palazzo dell’Arsenale a Torino, in occasione della XX Giornata FAI di Primavera.

Michela Sacchetto

settembre 2011, su Coazione 2

Irene Pittatore fodera i muri con materassi sui quali non ci si può permettere di riposare. La loro verticalità coincide con lo schermo su cui è proiettato un conflitto costante tra sonno e veglia, tra realtà e rappresentazione.
“Immagina una ninna nanna e dormi” sembrano suggerirsi i due individui, mentre sono sopraffatti dall’incessante tramestio di banconote e dal bisogno costante di riposizionarsi per non cadere. Sono vincolati allo sforzo di uscire dai margini che li frantumano, dalle costrizioni di uno spettacolo che li vuole spettatori della propria acquiescenza. Non possono esimersi. Ne va della loro propria identità, ridotta e frammentata da logiche di mercato ineludibili. Agiscono nei limiti tra il reale e l’illusione e chiedono allo spettatore di riposizionarsi a sua volta, di non abdicare dal ruolo critico che gli è necessario per distinguere la finzione dalla finta, dall’ “impero del falso” (Jost).

Il testo critico ha accompagnato la presentazione di Coazione 2 in occasione della tripla prersonale Nei limiti (La Biennale di Venezia 54/ Padiglione Italia/ Piemonte), a cura di Art.ur, Castiglia di Saluzzo (CN).

Roberto Mastroianni
Il futuro passa da qui. Dai resti al resto e resta ciò che resta

marzo 2011, su Coazione 4

I margini di una società urbana, sempre più globalizzata, e gli scarti di una metropoli, sempre più escludente, vengono messi in scena alla ricerca di “immagin-azioni”, che cercano di rendere ragione di “un’umanità minore”, che è minore perché resa tale: spinta ai margini, resa minoritaria e in parte minorata. “Un’umanità minore”, che è minore perché di essa rimangono solo gli oggetti brutalizzati dal consumo e dall’usura, oggetti divenuti rimasugli, detriti, rifiuti: oggetti senza più dignità, funzione e utilità, come gli uomini che popolano i margini delle società urbane contemporanee e da esse sono rimossi e ignorati.
“Immagin-azioni”, dai tratti onirici, che compongono una narrazione che dai “resti” (il cumulo di immondizia del primo fotogramma) portano al “resto”: un “altrove”, cui si indirizza lo sguardo (dei due performer in alcuni fotogrammi e il nostro di conseguenza) e verso cui si dirige una barchetta improvvisata (il vassoio di acciaio) con sopra i segni di “un’umanità minore” (un bicchiere di plastica rossa) che vuole ancora vivere, riscattarsi, emanciparsi e dirigersi dove il flusso del tempo e delle possibilità (il fiume) la potrà portare.
Le performance fotografiche di Irene Pittatore e Pino Chiezzi sono, infatti, collocate sui “margini” di corsi d’acqua, anch’essi collocati ai “margini della città”: le due sponde della Stura in una zona (via Bologna/ ponte Amedeo VIII, area di orti abusivi, orti comunali, del campo rom…) ai “margini” di quel parco che è divenuto tossico a causa delle emarginazioni sociali e delle sue droghe simboliche e chimiche (Tossic Park).
La serie narrativa (Coazione 4 – novembre 2010 e febbraio 2011) di Irene Pittatore, in collaborazione con Pino Chiezzi, propone, pertanto, scenario e contesto di “un’umanità gettata” (come gli oggetti/ rifiuti della società globale) ai “margini” dell’“umanità maggiore”, quella del “luccichio della merce” e del ciclo “produci-consumamuori”, che si impone come centralità e impone le proprie “periferie” e i propri “margini”. La narrazione porta a scoprire che il “paesaggio umano minore” (quello degli oggetti abbandonati, portati dal fiume, lasciati e presi da persone di passaggio), prodotto dal singolo oggetto e da cataste di immondizia, è mutevole e transitorio e che l’umano in esso collocato (i performer e noi di conseguenza) non può che individuare degli oggetti (un mobile, una bicicletta, un bicchiere e un vassoio…), lavorarli e riappropriarsene per farne qualcosa. Che cos’è però questa cosa? Se non “coazione a ripetere” (lo “stirare l’erba”, il “telefonare”, il “guidare un’automobile immaginaria”- seduti su un vecchio sedile e con un volante di arbusto – come in alcuni fotogrammi della serie). È come se “l’umanità minore” non potesse che mimare “l’umanità maggiore” e ad essa omologarsi in piccolo, sguazzando nei “rimasugli della merce” invece che nel “luccichio del consumo”, lì o altrove, la disperazione del consumo rimane però inalterata. A meno che dagli oggetti dissotterrati da depositi o trovati sul letto del fiume e scelti, ripuliti, assemblati e riposizionati non nasca un’ulteriore possibilità: quella che dai “resti” porta al “resto”, ad un “altrove”, che segna una possibilità di riscatto (di qualche tipo, di qualunque tipo). L’uscita dalla minorità, l’emancipazione, passa quindi da qui: passa dalla scelta di possibilità scartate e ri-articolate, che aprono uno spazio di senso e significazione diverso e possibile: uno spazio legato al futuro. La narrazione ci ricorda quindi come ancora uno squarcio di emancipazione/ redenzione si nasconda nelle possibilità scartate da questa società globale e, in fin dei conti, ci mostra come: “Il futuro passi da qui” proprio perché la condizione dell’“umanità minore” ci ricorda la precarietà dell’“umanità maggiore” e dell’umanità tutta e della forza di tutte le possibilità che la marginalità possiede.

Il testo accompagna la serie fotografica Coazione 4 pubblicata sul volume FMPQ City Veins (edizioni Scrittura pura)

Lisa Parola e Luisa Perlo, a.titolo

giugno 2009, su Ribalta

In un recente articolo su “Flash Art” (febbraio-marzo 2009), Pierluigi Sacco si interrogava intorno alla scarsa, quando non addirittura inesistente, dimensione politica della giovane arte italiana.
“Per qualche ragione, gli artisti italiani si tengono alla larga da queste latitudini”, in controtendenza rispetto a una geografia d’indagine che altrove ha assunto nel corso degli ultimi anni un ruolo determinante nella pratica artistica e curatoriale, spiegando “almeno in parte… la significativa eclissi delle ultime generazioni di artisti italiani nel circuito internazionale”. In un paese in cui, scrive Sacco sottolineando quella che appare come un’evidenza, “non mancherebbero gli spunti di riflessione” per un’arte che possa dirsi, a nostro avviso, pienamente consapevole del proprio tempo e soprattutto capace di prendere la parola, “mancano le condizioni per far sì che un dibattito sulla dimensione politica della pratica artistica possa anche solo alimentarsi”, l’alternativa è l’invenzione, da parte degli stessi artisti di “spazi all’interno dei quali tutto ciò possa avvenire, con modalità nuove rispetto al passato”. Uno di questi spazi, un piccolo, “ostinato” spazio intellettuale di resistenza alla disattenzione è quello costruito, attraverso i loro progetti, da Francesca Macrì e Irene Pittatore.
Abbiamo invitato Macrì-Pittatore al workshop tenuto da Massimo Bartolini nell’ambito della rassegna Proposte promossa dalla Regione Piemonte, da noi curata nel 2008. Del loro lavoro ci ha colpito innanzitutto il loro modo di esercitare il diritto di parola, a partire dalla sua sofisticata articolazione quale condensato di una riflessione intorno ad alcune tematiche che, partendo da una esplicita critica al sistema dell’arte attuale, si aprivano a un contesto più ampio sollevando interrogativi urgenti in merito alla responsabilità dell’artista, alla sua relazione con il pubblico, fino al senso del lavoro immerso in una cornice storica segnata da cambiamenti e conflitti sempre più evidenti e profondi. Abbiamo isolato come elemento significativo della loro ricerca, la ricorrenza di una domanda, di un “che fare?” inteso come processo di consapevolezza, mosso in questa particolare circostanza da una netta presa di posizione nei confronti di un sistema che si presenta, in forme sempre più paradossali, come un territorio protetto e autistico.
In che modo gli eventi storici che viviamo divengono oggetto di riflessione nella ricerca artistica? Quale ruolo hanno la cultura e l’arte (gli intellettuali, gli artisti) in questo tempo? A lungo, nel corso del workshop e nella progettazione della mostra, ci si è confrontanti su questi interrogativi, ai quali Macrì e Pittatore hanno risposto manifestando un senso di disagio e di costrizione che le ha portate a ideare un lavoro inteso quale reazione alla condizione di impotenza (potere di agire, potere di parlare, di dire qualcosa, di “prendersi carico della propria consistenza nel mondo”) che l’inazione comporta. Ribalta è la mise en scène di una porzione di spazio teatrale che mette in crisi la posizione canonica dello spettatore: la platea diventa scena, e questa scena è composta da sedute manomesse, e dunque inutilizzabili. È quel che resta di un atto distruttivo. In sottofondo, nel passaggio tra due tende di velluto rosso all’ingresso della platea, il visitatore ascolta una traccia sonora, i rumori che documentano l’azione di boicottaggio, realizzata con cacciaviti, seghe e martelli. Nel misurarsi con certezze e posizioni consolidate, Macrì e Pittatore scardinano metaforicamente la “dimensione spettatoriale dell’esistenza” che caratterizza la condizione contemporanea, manifestano l’urgenza di mettersi in piedi, di cambiare posizione (scegliendone loro stesse una programmaticamente scomoda), nei confronti un’arte che alla relazione con la realtà, con il tempo attuale e con gli eventi che lo stanno disegnando, sostituisce spesso, ormai troppo spesso, una forma di silenzio e rimozione.

Il testo accompagna il progetto Ribalta sul catalogo Proposte XXIII.

Claudio Cravero

aprile 2009, sul duo Macrì Pittatore

Nelle nuove generazioni di artisti si parla genericamente di un non coinvolgimento attivo dei giovani nella vita politica. Sono, infatti, molti i lavori di artisti che non riflettono in alcun modo il presente a livello politico o sociale. Indubbiamente questa assenza critica costituisce una delle possibili risposte ad un momento di scarsa fiducia nella collettività, nella classe dirigente e in speranzose e inaspettate prospettive. E se, dunque, per un giovanissimo risulta più facile rifugiarsi nella propria autoreferenzialità narcisistica (poiché nell’impossibilità di un cambiamento radicale, le certezze di un artista sembrano coincidere con la propria storia individuale, vale a dire con il microuniverso che egli ben conosce), nasce, invece, per chi il presente lo intende vivere senza sfuggirlo, la necessità di relazionarsi e incontrarsi per unire pensieri e forze. Questa, senza dubbio, è l’esigenza del duo Francesca Macrì/ Irene Pittatore. Due artiste, entrambe torinesi (1979), ma adottate dal 2009 dalla capitale britannica, che lavorano costantemente in coppia.
Che siano, infatti, performance, azioni collettive o installazioni, la loro ricerca a due indaga criticamente la posizione dello spettatore rispetto al sistema (Ribalta e Cattività, 2008), il capovolgimento degli stereotipi e dei significati che siamo soliti attribuire a un dato oggetto o mondo (Numero delle banane, 2008) e, infine, la negoziazione del singolo con l’alterità (Geografie del cambiamento,
2008). Perché Macrì e Pittatore hanno ben presente di essere due membri di una collettività; due artiste che sentono nel loro lavoro una responsabilità sociale, prima ancora che estetica. Ma se davvero l’estetica è la madre dell’etica (J. Brodskij), allora l’estetica può aiutarci a risolvere i conflitti. “La bellezza salverà il mondo” – osservò dopotutto anche Dostoevskij -, e la responsabilità sociale diventa dunque questione etica in quanto si applica e si vede nel campo dell’agire umano. Sperimentando quindi pratiche artistiche diverse, Macrì/ Pittatore rispondono così a delle urgenze e, enfatizzando le motivazioni d’intervento, incoraggiano le collaborazioni multidisciplinari arrivando anche a immaginare auto-organizzazioni fai da te. Urgentemente in due.